Il lavoro cresce, ma non basta contare gli occupati: cosa racconta davvero il Rapporto annuale INPS 2026

Il mercato del lavoro italiano sta attraversando una fase apparentemente contraddittoria.

Da una parte, l’occupazione ha raggiunto livelli mai registrati prima. Dall’altra, restano aperte questioni strutturali che riguardano la qualità del lavoro, le retribuzioni, la continuità delle carriere, la partecipazione delle donne, l’ingresso dei giovani e la sostenibilità futura del sistema previdenziale.

È questa la fotografia che emerge dal XXV Rapporto annuale dell’INPS e dalla relazione del presidente dell’Istituto, Gabriele Fava.

Non si tratta soltanto di una raccolta di dati statistici. Il Rapporto prova a leggere contemporaneamente lavoro, imprese, famiglie, previdenza e trasformazione demografica. Ambiti che spesso analizziamo separatamente, ma che nella realtà sono strettamente collegati.

Per chi opera ogni giorno accanto alle imprese, comprendere queste connessioni significa andare oltre il singolo adempimento e interpretare ciò che i numeri raccontano sull’evoluzione delle organizzazioni e delle persone.

Un’occupazione ai massimi storici, ma ancora distante dall’Europa

Ad aprile 2026 gli occupati in Italia hanno raggiunto quota 24,3 milioni, con un tasso di occupazione del 63,1%. La crescita degli ultimi anni è stata sostenuta soprattutto dai rapporti di lavoro dipendente a tempo indeterminato, mentre il numero dei dipendenti a termine si è ridotto rispetto ai picchi registrati nel periodo successivo alla pandemia.

È un segnale positivo, perché indica un consolidamento della domanda di lavoro. Tuttavia, il dato complessivo non deve nascondere le debolezze ancora presenti.

Il tasso di occupazione italiano rimane infatti il più basso tra i cinque Paesi più popolosi dell’Unione europea. Persistono inoltre un’elevata inattività, forti differenze territoriali e un divario occupazionale tra uomini e donne che, pur essendosi progressivamente ridotto, resta pari a circa 17 punti percentuali.

L’occupazione femminile si ferma al 54,4%, contro il 71,6% di quella maschile.

Il punto, quindi, non è soltanto creare nuovi posti di lavoro. È ampliare realmente la partecipazione, soprattutto nei territori e tra le categorie che continuano a restare più distanti dal mercato.

Crescono i lavoratori, ma cambia profondamente la loro composizione

Nel 2025 gli assicurati INPS sono stati 27,2 milioni: 244 mila in più rispetto all’anno precedente e circa 1,7 milioni in più rispetto al 2019.

La crescita è stata determinata soprattutto dal lavoro dipendente privato, mentre il lavoro autonomo tradizionale continua a ridursi. Artigiani, commercianti e lavoratori agricoli autonomi diminuiscono; aumentano, invece, professionisti e collaboratori iscritti alla Gestione Separata.

È un cambiamento che racconta l’evoluzione del tessuto produttivo.

Le forme storiche di lavoro autonomo mostrano difficoltà di ricambio generazionale, mentre cresce un’area professionale più flessibile, frammentata e difficilmente riconducibile ai percorsi previdenziali tradizionali.

La flessibilità può essere una risposta alle nuove caratteristiche del lavoro, ma porta con sé anche maggiore discontinuità reddituale e contributiva. Non è quindi sufficiente osservare quante persone lavorano. Occorre comprendere per quanto tempo lavorano, con quale stabilità e con quale capacità di costruire nel tempo una posizione previdenziale adeguata.

L’invecchiamento entra nelle imprese

La trasformazione demografica non riguarda soltanto il sistema pensionistico. È già visibile all’interno delle aziende.

Tra il 2014 e il 2025 gli assicurati con almeno 55 anni sono passati da circa 4,6 a 7,6 milioni. Nello stesso periodo si è ridotta la fascia tra 35 e 54 anni, mentre è aumentato anche il numero dei giovani fino a 34 anni.

La crescita dei lavoratori senior non dipende esclusivamente dall’innalzamento dell’età pensionabile. È soprattutto il risultato dell’invecchiamento generale della popolazione.

Questo fenomeno pone alle imprese questioni molto concrete: trasferimento delle competenze, ricambio generazionale, organizzazione dei ruoli, aggiornamento professionale, sostenibilità delle mansioni e convivenza tra generazioni con aspettative differenti.

Il tema demografico non può quindi essere considerato soltanto una questione nazionale. Diventa una variabile organizzativa che le imprese devono imparare a inserire nella propria pianificazione.

Il contributo dei lavoratori stranieri è sempre più decisivo

Tra il 2019 e il 2025 gli assicurati provenienti da Paesi extra UE sono cresciuti del 35,5%. Nel lavoro dipendente, oltre tre milioni di persone sono straniere e rappresentano il 14,3% del totale.

La loro presenza è particolarmente elevata in alcuni settori: raggiunge il 42% tra gli operai agricoli e il 74% nel lavoro domestico.

La relazione del presidente INPS sottolinea come una quota crescente della capacità produttiva e della base contributiva del Paese dipenda dalla capacità di governare i flussi migratori, collegandoli ai fabbisogni delle imprese e accompagnandoli con formazione, integrazione, legalità e lavoro regolare.

Anche in questo caso, il dato previdenziale diventa un’informazione strategica.

L’inclusione dei lavoratori stranieri non riguarda soltanto la gestione amministrativa dei rapporti. Coinvolge la capacità delle aziende di inserire le persone, trasferire competenze, costruire ambienti organizzativi inclusivi e contrastare il lavoro irregolare.

Retribuzioni nominali in aumento, potere d’acquisto ancora debole

Uno dei passaggi più rilevanti del Rapporto riguarda le retribuzioni.

I salari nominali sono cresciuti, ma l’aumento non è stato sufficiente a compensare completamente l’inflazione degli ultimi anni. Per i lavoratori occupati tutto l’anno e a tempo pieno, tra il 2019 e il 2025 la retribuzione mediana lorda è aumentata del 10,8%, mentre quella netta è cresciuta del 19,2%, anche grazie agli interventi fiscali e contributivi rivolti soprattutto alle fasce medio-basse.

Il Rapporto, però, invita a non leggere il problema salariale come una conseguenza esclusiva dell’ultima fiammata inflazionistica.

La stagnazione delle retribuzioni reali è un fenomeno di lungo periodo, iniziato già negli anni Ottanta e diventato particolarmente evidente dalla metà degli anni Novanta. Alla base vi è la debole capacità del sistema produttivo di generare e distribuire valore.

Questo passaggio apre una riflessione che va oltre la determinazione formale della retribuzione.

Parlare di salari significa parlare anche di produttività, organizzazione, competenze, sviluppo professionale, sistemi premianti e capacità delle imprese di crescere. La politica retributiva non può essere separata dalla strategia complessiva dell’organizzazione.

I giovani entrano più tardi e costruiscono carriere più discontinue

Il Rapporto dedica un’attenzione particolare all’avvio delle carriere contributive.

Per le generazioni più recenti, l’età media del primo contributo si è progressivamente spostata in avanti, avvicinandosi ai 22 anni. Il dato può essere in parte spiegato da una maggiore permanenza nei percorsi di istruzione, ma non è l’unico elemento rilevante.

Nei primi tre anni successivi all’ingresso nel mercato del lavoro, la quota di settimane coperte da contribuzione è scesa da valori prossimi al 65%, per le generazioni nate a metà degli anni Sessanta, a circa il 52% per i nati nei primi anni Novanta.

La principale criticità non è quindi soltanto entrare nel mercato del lavoro, ma riuscire a restarci con continuità.

Carriere intermittenti, periodi di inattività e contribuzione debole incidono sul reddito presente, ma anche sulla previdenza futura. La relazione del presidente lo esprime in modo particolarmente efficace: la previdenza non nasce al momento della pensione, ma dal primo contratto, dalla prima retribuzione e dalla continuità dei versamenti.

Questa consapevolezza dovrebbe entrare sempre più precocemente nei percorsi di orientamento, nelle scuole, nelle università e nei luoghi di lavoro.

Famiglia e occupazione femminile: i trasferimenti economici non bastano

La transizione demografica è anche una crisi della natalità e della capacità di conciliare lavoro e vita familiare.

Il Rapporto evidenzia che misure come l’Assegno Unico e Universale possono sostenere economicamente le famiglie e avere effetti positivi sulla natalità. Tuttavia, i trasferimenti monetari, se non accompagnati da servizi e interventi complementari, possono non essere sufficienti a sostenere la partecipazione delle madri al mercato del lavoro.

Risultano particolarmente importanti, invece, il Bonus asilo nido e il lavoro da remoto. Quest’ultimo può contribuire a ridurre la penalizzazione lavorativa e retributiva associata alla maternità, a condizione che sia inserito in un’organizzazione equilibrata e non diventi una forma di isolamento professionale.

La relazione del presidente sottolinea che la denatalità richiede un vero ecosistema: lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere e una distribuzione più equilibrata dei carichi di cura.

Anche per le imprese, quindi, conciliazione e genitorialità non possono essere considerate questioni private. Incidono sulla permanenza delle persone, sull’assenteismo, sul turnover e sulla possibilità di valorizzare pienamente il lavoro femminile.

Le pensioni di domani dipendono dalle scelte di oggi

Al 31 dicembre 2025 l’INPS registra 16,4 milioni di pensionati, circa 21 milioni di pensioni e una spesa lorda di 371 miliardi di euro.

Ma la sostenibilità previdenziale non può essere affrontata soltanto intervenendo sull’età pensionabile o sui requisiti di accesso.

Le pensioni di domani saranno il risultato delle carriere di oggi. Se i salari sono bassi, la contribuzione sarà più debole. Se le carriere sono discontinue, le prestazioni future saranno inferiori. Se donne e giovani restano ai margini, il sistema perde contemporaneamente capacità produttiva e base contributiva.

Anche il divario pensionistico di genere nasce molto prima della pensione: nelle differenze salariali, nei part-time involontari, nelle interruzioni legate alla maternità e nella distribuzione squilibrata del lavoro di cura.

Previdenza, occupazione e organizzazione del lavoro non sono dunque tre temi differenti. Sono parti dello stesso sistema.

Il vero messaggio del Rapporto: imparare a collegare i dati

Il XXV Rapporto annuale INPS restituisce un Paese nel quale il lavoro cresce, ma cambia rapidamente.

Aumentano gli occupati e i rapporti stabili, ma persistono bassi salari reali, inattività, differenze territoriali e carriere discontinue. Cresce la presenza di giovani e lavoratori stranieri, ma la popolazione lavorativa continua a invecchiare. Le famiglie ricevono maggiori sostegni, ma senza servizi adeguati resta difficile conciliare cura e lavoro.

Il dato amministrativo, da solo, non offre tutte le risposte. Diventa utile quando viene collegato alle persone, ai territori, alle imprese e alle loro decisioni.

È questa, probabilmente, la lezione più importante anche per chi affianca quotidianamente le aziende.

Il valore professionale non consiste soltanto nel conoscere una norma o gestire correttamente una procedura. Consiste anche nel saper leggere ciò che accade prima e dopo quell’adempimento: quali trasformazioni stanno attraversando la forza lavoro, quali rischi si stanno formando e quali decisioni possono rendere l’organizzazione più sostenibile.

Andare oltre le paghe significa anche questo: trasformare i numeri del lavoro in strumenti di comprensione e orientamento.